Una staffetta tra abnegazione e spregiudicatezza

Matteo Renzi e Enrico Letta Firenze 08/06/2013Scendere dalle barricate, temperare le proprie posizioni, valutare con attenzione ogni parola spesa. Nella tempesta politica che in queste ore sta scuotendo il Partito Democratico, la lezione tanto esplicita quanto paradossale per chi ha a cuore le sorti di questo partito e di questo paese non può che essere questa. Le decisioni maturate nella Direzione Nazionale di ieri, a dispetto della chiarezza numerica con cui si sono manifestate, ci consegnano un partito lacerato e allo sbando, con un Segretario che nel giro di pochi giorni esprime piena fiducia nell’operato del Governo e del Presidente del Consiglio salvo poi, con l’interessato appoggio di altri soggetti politici, affossarlo senza remore. Di fronte a tali circostanze, paragonabili per drammaticità a quelle occorse non più tardi di dieci mesi fa con la mancata elezione di Romano Prodi a Capo dello Stato, è opportuno sedersi a un tavolo e ripercorrere la cronistoria degli accadimenti verificatisi da quel 19 aprile ad oggi per meglio comprendere la situazione che stiamo vivendo. In seguito all’inevitabile fallimento del tentativo di Bersani, nato sotto una cattiva stella (la vittoria mancata alle elezioni), transitato attraverso tappe sinceramente imbarazzanti (indimenticabile – in negativo – il colloquio pubblico con gli esponenti M5S) e culminato con la pagina più nera della storia di questo partito, in un clima di grandissima sfiducia verso le istituzioni democratiche e con l’onda dell’antipolitica pronta a travolgere tutto e tutti, Enrico Letta si assume la responsabilità di guidare un esecutivo. Non era il governo che avremmo desiderato prima delle elezioni; era il governo di cui noi e il paese avevamo bisogno in quel momento.

In questi dieci mesi quello che sembrava un carrozzone traballante sull’orlo del precipizio, grazie all’azione del Presidente del Consiglio, ha riacquistato dignità e fiducia a livello nazionale e internazionale. Il governo è stato in grado di realizzare, nonostante il ridotto margine di manovra, provvedimenti importanti (riduzione del cuneo fiscale, miglioramento dell’ecobonus, rifinanziamenti della cassa integrazione); l’abilità e l’acume di  Letta si sono dimostrati altresì importanti nella gestione della decadenza da senatore di Berlusconi, affrontata con la massima fermezza e risolta riportando un’importante vittoria politica. Oltre a ciò, ci ha restituito, anche grazie al successo delle primarie di dicembre, un Partito Democratico in condizioni migliori rispetto a quelle in cui l’aveva, seppur informalmente, raccolto. Nel momento tuttavia in cui l’equilibrio interno sembrava ripristinato, con il tandem Renzi-Letta pronto a percorrere una road map forte e coerente grazie anche al placet del Capo dello Stato (realizzazione delle riforme istituzionali tramite un percorso agevolato alle camere, elezioni al termine del semestre di Presidenza UE, governo Renzi con la piattaforma programmatica della Leopolda) l’azione del Segretario si è rivelata in tutta la sua ineluttabile frenesia.

I primi campanelli d’allarme erano suonati nelle settimane immediatamente successive alla vittoria nelle primarie, con due esponenti di spicco della principale opposizione interna al partito frantumati mediaticamente e politicamente dall’impetuosa azione della Segreteria; l’accordo-lampo per la legge elettorale, chiuso in fretta e furia con una forza politica non appartenente alla maggioranza governativa e a dispetto della coerenza con quanto promesso non più tardi di tre mesi fa, ha indebolito ulteriormente l’azione dell’esecutivo, sfibrato da problematiche interne (vicende decreto Imu-Bankitalia) quanto da fattori esogeni (camere e commissioni impegnate nei primi passaggi della riforma elettorale, grazie al corridoio di precedenza assicurato al nuovo Segretario). Sino ad arrivare alla giornata di ieri, in cui il PD, tramite la decisione della Direzione Nazionale, ha ufficialmente sfiduciato un Presidente del Consiglio da lui stesso espresso.

Il Partito Democratico ideato da Renzi, più che un motore perfettamente armonizzato in tutte le sue componenti, riflette maggiormente l’immagine di una trottola, la cui stabilità è legata inscindibilmente ad un moto incessante, capace di repentini e inattesi spostamenti, e in grado di muoversi soltanto attorno al proprio asse. Con il presumibile avvento dell’ormai ex sindaco di Firenze a Palazzo Chigi, si apre una fase nuova che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe portarci verso la tanto sospirata terza repubblica. L’auspicio è che il percorso tracciato dal Segretario, nonostante una maggioranza parlamentare la cui gestione si preannuncia problematica soprattutto nel lungo periodo, possa compiersi senza intoppi, bilanciando dialettica interna e unità del partito, esigenza di cambiamento e salvaguardia della nostra variegata ricchezza culturale. Il timore è che, al contrario, ci si stia avviando verso l’esasperazione di conflitti interni e smanie di potere, sino a giungere, data la configurazione della prossima legge elettorale, ad un doppio parallelo referendum in cui si decideranno non solo i destini di due uomini politici, ma quelli di una nazione intera. Un azzardo inaudito, giocato, prima che sulla loro pelle, su quella dell’Italia.

Angelo Laffranchi

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