E’ ora di riconoscerlo: chi nasce in Italia è italiano!

276545-800x540Il premier Matteo Renzi, oltre alle critiche che ha ricevuto circa le modalità del suo insediamento, ha provocato rammarico per la cancellazione di diversi Ministeri importanti, tra cui il Ministero per l’integrazione. Una cancellazione che speriamo non si traduca in una vanificazione di tutti gli impegni e gli sforzi intrapresi precedentemente per mettere in primo piano il tema dell’integrazione – o meglio dell’interazione – e le normative di riconoscimento della cittadinanza ai cittadini immigrati e ai loro figli nati o cresciuti in Italia.

Con tanta fiducia auspichiamo che dietro questa decisione ci sia l’idea, finalmente, di trattare il tema dell’immigrazione non come un fenomeno a sé, di emergenza e sicurezza, una categoria ghettizzata, ma come una parte di quelle riforme strutturali di cui il nostro Paese ha bisogno, lontane da campagne politiche strumentali che hanno come obiettivo principale quello di innescare paure e messaggi populisti che non permettono di trovare risposte reali e coerenti con il cambiamento socio-culturale in atto da decenni. Nel suo discorso per la fiducia, prima al Senato e poi alla Camera, il Presidente del Consiglio ha confermato che la riforma della cittadinanza per i figli degli immigrati è presente nel suo programma di governo, sottolineando  che l’aver frequentato la scuola italiana (almeno un ciclo) conterà più dell’essere nati in Italia; sul tema sarà importante trovare un compromesso e un punto di sintesi praticabile tra le varie forze politiche che siedono al Governo e in Parlamento. Ma come è regolata attualmente la concezione della cittadinanza? Cos’è lo “ius soli”? In che cosa consisteva la proposta elaborata dall’’ex ministro per l’integrazione Cécile Kyenge?

L’espressione latina “ius soli” (diritto del suolo) indica la possibilità di poter acquisire la cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati nel territorio dello Stato, qualunque sia la cittadinanza posseduta dai genitori. Nell’ultimo periodo, a seguito di una proposta di riforma da parte dell’ex ministro Cécile Kyenge, si è discusso di sviluppare uno ius soli “temperato” introducendo delle modifiche all’attuale legge n. 91/1992 (imperniata sull’elemento della discendeza o della filiazione come unico mezzo di acquisizione della cittadinanza a seguito della nascita) fondato sul possesso dei seguenti requisiti:

  • bambini italiani dalla nascita se uno dei due genitori risiede legalmente in Italia da almeno 5 anni o se uno dei due genitori è nato in Italia e vi risiede legalmente da almeno 1 anno;
  • ragazzi italiani dalla maggiore età se il ragazzo straniero è nato in Italia o vi è entrato prima di compiere 5 anni o se il ragazzo straniero ha trascorso in Italia il periodo decisivo per la sua formazione;

In entrambi i casi la cittadinanza sarà concessa solo se richiesta.

La questione centrale del tema è come comportarsi di fronte ad una generazione nata e cresciuta in Italia (circa un milione di cui secondo l’ultimo “Rapporto di natalità e fecondazione della popolazione residente” pubblicato dall’Istat il 27 novembre 2013, meno di 80mila nati da genitori entrambi stranieri, il 15% del totale dei nati, se a questi si sommano anche i nati da coppie miste si ottengono poco più di 107mila nati da almeno un genitore straniero, il 20,1% del totale delle nascite), che parla il dialetto della zona (italiana) dove vive, frequenta una scuola pubblica italiana, ha amici italiani ed è bel inserito nel territorio italiano, eppure la sua italianità non è riconosciuta.

Il Partito Democratico, come partito di centrosinistra, riformista e progressista, deve avere il coraggio di affrontare il tema della cittadinanza e delle riforme sull’immigrazione (prima tra tutte l’abrogazione della legge Bossi-Fini) e di concretizzarle, superando ideologismi e provocazioni delle forze politiche xenofobe che cercano di condizionare l’opinione pubblica spostando l’attenzione e le cause dei problemi strutturali economici che sta attraversando il nostro Paese sulle spalle della popolazione migrante italiana. Alla nuova generazione plurale italiana, dopo anni di discussione e di campagne di sensibilizzazione sul tema, non rimane che confidare con ottimismo e fiducia nelle buone intenzioni del suo nuovo giovane premier di assumersi la responsabilità, con la fermezza nell’azione e la grinta che ha dimostrato in questi primi giorni di governo, di realizzare finalmente questa riforma seria e burocraticamente non complicata, capace veramente di rispecchiare il principio di uguaglianza a discapito di discriminazioni e ingiustizie verso una generazione, figlia di genitori migranti, nata e cresciuta nel nostro Paese.

Una riforma sulla cittadinanza e sull’immigrazione che fa capo all’insieme di riforme sui diritti civili a costo zero che ci permetteranno, oltre ad assicurare che i conti siano a posto per i nostri figli (parole del Presidente del Consiglio pronunciate durante il suo discorso di sabato in chiusura del congresso a Roma del PSE) di garantire loro un futuro ed una società italiana aperta ed inclusiva, segnata da una cultura di convivenza pacifica, fondata sul rispetto e sulla valorizzazione delle differenze culturali e religiose.

Asma Ait Allali

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