La Fiat e la tentazione americana

mucchetti_fiatLa Sede Provinciale del PD di Brescia, lunedì 3 marzo, ha ospitato il Senatore Massimo Mucchetti (Presidente della Commissione Industria del Senato e già vicedirettore del Corriere della Sera) che è intervenuto sul tema “La Fiat e la tentazione americana”. A coordinare i lavori Massimo Reboldi, Responsabile del Dipartimento Lavoro del PD bresciano. Sono intervenuti anche il Segretario del PD di Brescia Michele Orlando che ha introdotto l’argomento nel suo saluto iniziale, l’ex vicesindaco di Brescia Luigi Gaffurini e alcuni esponenti delle Organizzazioni Sindacali presso l’Iveco di Brescia.

Ogni intervento è stato interessante, in particolar modo è stato evidenziato lo stato di preoccupazione sia per le sorti future della Fiat in Italia che per l’Iveco a Brescia, due realtà industriali manifatturiere importanti che hanno contribuito rispettivamente alla storia socio-economica del Paese e della nostra provincia. E’ stata compiuta una puntuale ricostruzione della storia della Fiat e dei sussidi che lo Stato Italiano ha costantemente concesso all’azienda automobilistica italiana. La disamina del relatore ha poi affrontato la vicenda Marchionne, gli accordi per cercare di rilanciare la Fiat, il c.d. Piano Fabbrica Italia e il referendum ricattatorio nei confronti degli operai basato sullo slogan “meglio un lavoro meno tutelato che un non lavoro”. Lo scopo? Uscire dalla crisi Fiat per uscire dalla crisi Italia in ragione di quel legame strettissimo che vi è alla base del paradigma Fiat-Industria-Italia (ad oggi i risultati non sono per nulla positivi). La Fiat con Chrysler ha creato la Holding FCA, con sede legale in Olanda e sede fiscale in Inghilterra per beneficiare del sistema fiscale britannico (e il tanto sbandierato Made in Italy?). La produzione, inoltre, segue anch’essa la logica e la regola dell’era della globalizzazione. Si produce laddove c’è più convenienza e dove il costo del lavoro è minore (Serbia, Polonia, etc.); tutto va bene purché il costo del lavoro sia il più basso possibile.

Non è andata bene nemmeno l’operazione di acquisto dell’Alfa Romeo. Forse, col senno di poi, andava compiuto lo stesso tipo di operazione di rilancio che BMW ha fatto con la MINI; invece, con la cosiddetta fiatizzazione dell’Alfa, il risultato è stato la perdita di quote di domanda. Passando all’Iveco qui a Brescia il discorso è purtroppo parallelo e simile. Precisiamo che di Fiat in Iveco oggi, almeno dal punto di vista legale, c’è ben poco: come sappiamo Iveco è controllata dalla multinazionale CNH Industrial Group, gruppo concepito con le dinamiche economiche della globalizzazione. Mentre il Lingotto al momento soffre la mancanza di modelli nuovi a causa dei pochi investimenti nella ricerca, nella storica sede bresciana avviene la produzione di Eurocargo che costituisce, per fortuna, un punto di forza di questa fabbrica sul mercato. Purtroppo però non basta. La dimostrazione sta nei numeri che a volte spiegano meglio situazioni drammatiche che piu’ di mille parole: di circa 2300 dipendenti occupati in Iveco a Brescia almeno 850 sono in surplus.

Si aggiunga, altresì, che i C.D.S. (Contratti di solidarietà) in essere, sono in scadenza e non ci sono garanzie per quanto attiene al loro rifinanziamento. Questo è lo scenario che ci viene presentato, con ripercussioni sui dipendenti a rischio lavoro e sulle loro famiglie, e sull’indotto che ne risentirà negativamente. La logica del massimo profitto ad ogni costo, della globalizzazione dei mercati, il non essere al passo con i tempi da una parte, il comportamento delle organizzazioni sindacali e della politica, una politica economica spesso scriteriata e miope dall’altra hanno portato a tutto questo. Il ruolo del Sindacato, in questo nuovo contesto socio-economico, deve cambiare, deve pensare a nuove scommesse, proporre mutamenti organizzativi: in questo senso l’esempio di altre esperienze all’estero che hanno superato crisi simili può essere d’aiuto. Ancor più il ruolo della politica diventa essenziale e vitale. Vanno bene le misure, sicuramente utili, quali il taglio del cuneo fiscale, il Jobs act. Ma occorre anche un intervento più deciso, di respiro più ampio: da qui la provocazione del titolo dell’incontro.

Aiuti di Stato, mettere in circolo il denaro per rifinanziare gli investimenti, concedere prestiti statali, poi recuperati, per permettere la ristrutturazione di grandi gruppi in crisi (colossi automobilistici quali Chrysler e General Motors), una  politica economica espansiva di stampo keynesiano per difendere l’occupazione: questa la ricetta utilizzata negli Stati Uniti. E se la tentazione americana fosse invece ricalcare la politica economica ed industriale statunitense?

Onofrio Procaccio

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