DDL Cirinnà e dintorni: alcune riflessioni.

Quanto al DDL Cirinnà, che in questi giorni dovrà essere licenziato in Parlamento, intendo, qui di seguito, svolgere alcune mie brevi considerazioni e riflessioni partendo da due questioni, che credo, rappresentino le due principali tematiche, dibattute, che vengono normate all’interno di questo Disegno di Legge.
1. Unioni civili e Matrimonio;
2. Regolamentazione della Stepchild Adoption (adozione del figliastro).
Prima di passare ad una sintetica disamina delle tematiche di cui sopra citate intendo richiamare, come nota metodologica, la necessità che il legislatore su questioni che attengono ai valori etici ed alla Costituzione debba, a mio parere, agire con libertà di coscienza e al di fuori di un rigido schematismo partitico in quanto la posta in gioco presenta mille e più sfaccettature che possono essere recepite diversamente da soggetto a soggetto anche se appartenenti alla medesima forza politica.
Il nuovo disegno di legge, così come impostato, potrebbe rappresentare il rischio di un groviglio giuridico, oltreché politico, ossia il rischio che emergano, nella sua applicazione, profili di dubbiosa legittimità costituzionale. Il che non significa, evidentemente, che non vi sia una reale e concreta necessità di disciplinare, a seguito di un evidente vuoto normativo presente nel nostro Ordinamento giuridico e del mutamento e dell’evoluzione dei costumi della società, le nuove fattispecie che si sono, nel tempo, presentate agli occhi di un politico non refrattario ai cambiamenti del Paese. Il bisogno di legiferare su tali tematiche è ancor più stringente se vogliamo veramente considerarci un Paese Civile. Non che a tutt’oggi non lo siamo, ma dobbiamo alzare il nostro grado di civiltà andando a normare anche quelle esigenze che, nel tempo, si sono affacciate nella quotidianità e che non rappresentano più la tradizione storica dell’Italia. Un Paese perché si possa dire civile è necessario che tuteli anche le classi più deboli, le diversità e gli opposti.
Sul primo punto si sarebbe dovuto, considerata la continua richiesta delle coppie dello stesso sesso a vedersi riconosciuta legalmente la propria unione, equiparare in toto l’istituto giuridico dell’Unione civile con l’istituto giuridico del Matrimonio. Ciò avrebbe però richiesto un intervento di rango costituzionale andando a toccare l’art. 29 della Costituzione. Oggi pare che l’Unione Civile tra coppie same sex trovi, invece, la sua legittimazione a livello costituzionale nell’art. 2 laddove si fa riferimento alle “formazioni sociali” e laddove è dovere dello Stato tutelare la libertà di realizzazione della persona nei suoi rapporti con gli altri. Così come impostato il nuovo DDL presenta il rischio di una equiparazione tra Unione civile e Matrimonio considerato che la prima ha un regime identico a quello del Matrimonio andando a riprendere alla lettera le formule che il Codice Civile adopera per la sua disciplina.
Ed allora è più che mai urgente una riflessione: Matrimonio e Unione civile sono istituti giuridici che, in rapporto tra di loro, possono essere considerarti perfettamente identici? E’ questo l’interrogativo che tutti ci dobbiamo porre. Così com’è il Disegno di Legge presta il fianco al rischio di una confusione tra realtà diverse. A tal proposito va precisato che la Costituzione tratta in modo specifico la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio distinguendola dalle altre formazioni sociali in considerazione della sua funzione fondamentale e infungibile. Resta inteso, inoltre, che l’Unione Civile non può essere equiparata al matrimonio già per il solo fatto che, attraverso una forma contrattuale, si regolamentano diritti ma non si assumono doveri che sorgono, invece, ipso iure con la contrazione del matrimonio.
Non generiamo confusione tra Unione Civile e matrimonio ma ribadiamo, a chiare lettere, che, così come disciplinata, l’Unione Civile, non rinviando integralmente alla disciplina sul matrimonio, non potrà mai raggiungere l’ampiezza dei diritti e dei doveri che le coppie sposate acquisiscono per legge. Necessità, quindi, di legiferare in materia, ma anche esigenza di discernere i due istituti evitando una sovrapposizione che non porterebbe a nulla.
Sul secondo punto, così come impostata la norma oggi, può ingenerare soltanto confusione. S’intende normare la possibilità di uno dei membri di un coppia dello stesso sesso di essere riconosciuto come genitore del figlio, biologico o adottivo, del compagno o della compagna. Orbene, così come impostata la previsione normativa induce ad alcuni interrogativi: l’adozione del figliastro è sempre possibile sic et simpliciter? Vi sono delle limitazioni alla stessa? esiste un rischio concreto di arrecare un danno al bambino derivante dall’adozione medesima, con la eliminazione di una delle figure di genitore e la duplicazione dell’altra? in che rapporto si pongono il “diritto al figlio” dell’aspirante genitore con il “superiore interesse del minore”? esiste un reale pericolo che il “diritto al figlio” dell’aspirante genitore si sostituisca al “superiore interesse del minore”, sul quale finora si è fondato il diritto minorile, mettendo in crisi quest’ultimo?
Dato per assodata la necessità di disciplinare, alla luce dell’evoluzione della società, la Stepchild Adoption sarebbe opportuno, a mio parere, per gli interrogativi sopracitati, stralciare tale norma da questo DDL per evitare di aggiungere ulteriori grovigli giuridici ad un testo che già porta in sé questo rischio e trattare un tema così delicato in separata sede.
Le riflessioni qui sopra riportate mi inducono ad affermare che oggi è più che mai necessario che la politica parta dal presupposto che esistono dei principi irrinunciabili dal momento che ciò a cui non si può rinunciare è il principio, il quale è aperto a più di un contenuto e a più realizzazioni pratiche. Quasi tutti i principi irrinunciabili, infatti, si prestano ad una molteplicità di declinazioni coerenti con il principio. Ed è qui che deve agire, muoversi la politica, partendo dai principi irrinunciabili, affidandoli ad una mediazione culturale e politica nell’ambito del processo democratico di produzione della norma. La politica deve essere mediazione culturale, non deve imporre i principi, senza se e senza ma. Deve saper intervenire, analizzando i principi e risolvendo i contrasti in merito agli stessi in termini democratici.
Affermare, quindi, l’esigenza di legiferare su queste tematiche ma, nel contempo, avere a mente, nello svolgimento dell’attività legislativa, la propria storia e le proprie tradizioni per evitare di emanare leggi distanti e distaccate dal terreno sul quale devono essere applicate, per scongiurare il pericolo di prestare il fianco a molteplici interpretazioni, non univoche, che potrebbero portare ad un aumento del rischio di un groviglio giuridico continuo e permanente.

Il Segretario di Circolo
Erminio Forzanini

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...