LA POLITICA TRA ANTROPOLOGIA E MODERNITA’

L’attuale tempo che stiamo vivendo impone la necessità di affrontare il senso dell’agire della politica in rapporto con l’antropologia e la modernità. Se la politica vuole tornare a dare un senso al proprio agire deve restituire alla persona la centralità che possedeva nel passato e, nel contempo, deve tenere in considerazione il tempo moderno in cui essa muove le proprie azioni.
Va sostenuta, va affermata l’importanza di riscoprire e riportare alla base della politica l’antropologia. Soltanto attraverso il suo ausilio si potrà affrontare con efficacia, anche all’interno della modernità, la soluzione delle problematiche che quotidianamente deve affrontare aprendo una discussione sul terreno dei principi irrinunciabili.
Chi è l’uomo? Un interrogativo senza tempo, una domanda che deve tornare ad echeggiare nelle stanze della politica, la dignità umana al centro dell’azione di chi fa politica e cerca, con la diligenza del buon padre di famiglia, di tutelare e normare le esigenze di una società moderna e nello stesso tempo complessa.
La politica se da un lato deve riscoprire l’antropologia e far proprio l’interrogativo sull’esistenza dell’uomo, dall’altro non può non fare i conti con la modernità intesa come libertà del soggetto, della coscienza, libertà dei singoli e dei popoli, consapevolezza che l’umano si attua e si esprime in modi che mutano nella storia e nelle diverse culture.
Riscoprire la centralità dell’uomo, all’interno dell’odierno complesso sistema che corre alla velocità della luce, non può non tener conto del tema dei “principi non negoziabili”, o, meglio, dei “principi irrinunciabili”. Principi che danno voce a esigenze etiche fondamentali in ordine ai principi primari di ogni società: il diritto alla vita, la famiglia, la libertà di educazione dei figli ed altri. E per poter affrontare con efficacia tale tematica è più che mai necessario ricorrere all’aiuto dell’antropologia.
Fare politica significa più che mai, in un momento storico in cui la crisi dei partiti politici è giunta ai massimi livelli al punto tale che questi corpi intermedi non riescono più a fungere da collante tra il popolo e le istituzioni, legiferare nell’interesse della collettività, nel rispetto della dignità umana, dell’autonomia dell’individuo evitando di farsi travolgere dagli esiti individualistici della modernità con conseguente perdita della coesione e della solidarietà sociali.
Occorre muoversi senza far venir meno quei principi irrinunciabili legati alla centralità dell’uomo per evitare di unificare l’umanità sotto il profilo del mercato, del profitto, dell’essere umano alle esigenze del denaro, del nesso tra il mondo della finanza mondiale e gli armamenti.
Un debito umano e politico da restituire oggi al Paese talmente alto per cui, più che mai, non possiamo fare politica senza legami con l’antropologia e con quei principi irrinunciabili da declinare, attraverso una mediazione politico culturale, nell’ambito di un processo democratico di produzione delle norme.
Evitare, come imperativo categorico, che, senza queste riflessioni, si corra il rischio, come affermato da Kant, che i pensieri senza contenuto siano vuoti e le intuizioni senza concetti siano cieche. Senza un fondamento, una solida base si corre il rischio che la politica diventi mero populismo ed i partiti, i movimenti, nati oggi siano già morti domani. La politica deve, pertanto, essere attività di mediazione culturale senza imporre principi irrinunciabili in modo del tutto autoritario ed analizzare detti principi declinandoli in modo coerente all’interno di un dibattito e di un confronto politico in termini democratici.
I principi irrinunciabili così definiti dal momento che ciò a cui non si può rinunciare è il principio, il quale, però, è aperto a più di un contenuto e a più realizzazioni pratiche, come sostenuto dal filosofo Vittorio Possenti. Principi che non fanno parte strettamente del messaggio salvifico di Gesù, ma che sono costitutivi e architettonici della buona vita, sociale e politica, e per questo non possono essere messi da parte, sottolinea ancora il Possenti.
Ed in questo contesto si cala la dottrina di Papa Bergoglio. Un Papa venuto da lontano, un sudamericano che si fa chiamare semplicemente “Francesco”. Un Pontefice che stupisce e disarma con i suoi discorsi, diretti e senza tempo, in un’epoca nella quale più nessuno si stupisce, così monotona, così omologata. Un Papa certamente moderno, moderna la sensibilità, moderni il linguaggio e suoi gesti. “Francesco” seguito, come il buon Pastore, dai credenti ed amato dai laici.
Il suo operare è, indubbiamente, contraddistinto, da tratti di modernità ma, nel contempo, esprime una forte critica verso alcuni esiti e derive della modernità stessa, pur rivendicandone l’eredità, prendendo le distanze dalla erosione del pensiero postmoderno. Esiste, pertanto, in Papa Francesco una riconciliazione con la modernità ma solo se legata alla memoria, al radicale riferimento al Vangelo come scelta per gli ultimi, i poveri, gli “scarti”. Una Chiesa che deve uscire da sé, a servizio dell’umanità ferita e sofferente. Il richiamo al Vangelo come criterio del rapporto con il mondo e con la modernità. Un criterio al tempo stesso laico, nuovo, moderno e fedele al DNA originario della Chiesa.
La sua modernità tiene conto anche della assoluta rilevanza dell’antropologia, l’essere al centro del sistema, i principi irrinunciabili da tenere fermi, come barra del timone durante la navigazione, e da declinare, di volta in volta, adattandoli alle idee politiche del tempo moderno.
Una modernità unità all’antropologia. Da questa proposizione dovrebbe prendere le mosse l’attuale politica. Affrontare le tematiche odierne, facendo politica, significa normare i bisogni dell’umana gente con un ritorno all’ausilio dell’antropologia stessa in rapporto ai principi irrinunciabili che hanno bisogno di essere nuovamente investigati. Dare contenuto ad una politica che è diventata sempre più, citando il titolo del romanzo di Kundera, “un’insostenibile leggerezza dell’essere” significa prendere spunto dall’operare di Bergoglio nel senso poc’anzi argomentato.
Questa crisi della politica sarà destinata a rimanere tale in questa modernità se non ritorneremo a reintrodurre l’antropologia nella politica stessa da cui la concezione liberale e materialistica moderna dello Stato l’aveva espulsa. Abbandonare una concezione antropologica personalistica, radicale e libertaria in cui l’adulto è tutto e i deboli, i senza voce, i poveri, i non-nati sono niente verso un ritorno all’antropologia nella politica veicolata dai principi irrinunciabili.
Solo così ritorneremo ad una politica che ci abbaglia e ci stupisce ancora!

Il Segretario di Circolo
Erminio Forzanini

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